«A Bally hanno strappato il cuore»: la fine della produzione a Caslano
Uno degli ultimi operai rimasti ci racconta la sua preziosa testimonianza tra ricordi e gratitudine, passione per il proprio lavoro e l’inevitabile amarezza di dover salutare questo marchio
«A Bally hanno strappato il cuore». È la frase con la quale uno degli ultimi operai della produzione di scarpe descrive la chiusura dello stabilimento di Caslano.A fine agosto le macchine si fermeranno. Le mani esperte che per anni hanno tagliato, cucito, assemblato e curato le scarpe del noto marchio non lavoreranno più. Per Giorgio (nome di fantasia), non sta semplicemente chiudendo una fabbrica: sta finendo un pezzo di storia del Malcantone e della Svizzera. Una storia che lui, come molti altri colleghi, ha vissuto per diversi decenni, tanto da definire l’azienda «una seconda casa».
«Perdere Bally – ci racconta – significa perdere una parte di me, una famiglia, una casa. Per molti di noi quest’azienda era diventata una seconda casa, perché siamo cresciuti professionalmente qui dentro e ci abbiamo passato gran parte delle nostre giornate». Un’esperienza che, sottolinea, non ha avuto il finale sperato. «La notizia dei licenziamenti e della chiusura della produzione di scarpe ci ha fatto male. Bally, con i suoi 175 anni di storia e di importanza in tutta la Svizzera, non meritava di finire così».
«Non ci aspettavamo questa conclusione»
La notizia, spiega Giorgio, non è arrivata completamente inattesa. Negli ultimi anni i segnali c’erano stati: diversi licenziamenti avevano già ridotto il personale. «Eravamo consapevoli che qualcosa prima o poi sarebbe successo. Però non ci aspettavamo una chiusura totale così improvvisa» Il marchio svizzero, fondato nel 1851 a Schönenwerd, è passato nelle mani del fondo statunitense Regent LP nel 2024. Nell’autunno dello stesso anno è arrivata la prima grande ristrutturazione, con la perdita di 65 posti di lavoro tra produzione e amministrazione.A settembre 2025 sono stati tagliati altri 30 posti nella produzione. Nel 2026 è arrivata la notizia della chiusura definitiva della produzione in Svizzera, con il licenziamento degli ultimi 27 operai rimasti. «Ci sono operai che lavorano qui da quarant’anni. La notizia ci ha davvero ferito».
Per Caslano, per il Malcantone e per la Svizzera, secondo Giorgio, sarà una perdita importante. «Avere una realtà di questo livello qui era molto importante. Inoltre, in Ticino non sono rimaste molte aziende con una storia simile ». Il dolore più grande, però, non riguarda solo il posto di lavoro. «Noi andiamo via con il dispiacere e con il malessere, perché perdere un posto di lavoro fa male a tutti. Però la perdita più grande è vedere questo marchio, nato qui, perdere il suo legame con la Svizzera. È questo che fa più male».
Il mercato del lusso, spiega l’operaio, sta attraversando una fase difficile. «La crisi non riguarda solo Bally ma tutto il settore. Però negli ultimi anni forse non è stato fatto abbastanza per cercare di rilanciare il marchio. Non voglio dare colpe dirette al fondo proprietario, perché ci sono tanti fattori in gioco: il mercato, le scelte imprenditoriali, la gestione del marchio. Però la sensazione è che siano arrivati e abbiano iniziato a ristrutturare drasticamente».
Nonostante l’amarezza, nei ricordi di Giorgio prevalgono anche gli anni vissuti con soddisfazione. «Ho sempre pensato che stavamo facendo qualcosa di importante. Dal primo giorno fino all’ultimo abbiamo sempre dato il massimo perché eravamo molto legati a questo marchio e a questo nome. È stata un’esperienza bellissima. Non era solo un lavoro: era una passione».
Clientela internazionale, grande soddisfazione
Tra i ricordi più significativi c’è la soddisfazione di realizzare scarpe per clienti internazionali. «Abbiamo realizzato scarpe per persone importanti, anche personaggi famosi. Abbiamo fatto prodotti per clienti come Madonna e The Rock. Quando arrivavano richieste di quel livello era una grande soddisfazione: significava veder riconosciuto il valore del lavoro che facevamo». Una professionalità costruita negli anni e che ora rischia di andare dispersa. «Con la chiusura sparirà un mestiere che qui aveva raggiunto una qualità e una competenza particolari. Si perde la manualità, l’artigianalità e il sapere costruito negli anni. E sarà molto difficile recuperarlo, perché non ci sarà più qualcuno che potrà insegnare alle nuove generazioni. Niente più trasmissione del sapere».
“Tutti importanti allo stesso modo”
Gli operai seguivano l’intero processo produttivo. «Si partiva dal disegno dello stilista, poi si passava allo sviluppo del modello, all’industrializzazione e infine alla produzione della scarpa che veniva inscatolata e spedita ai negozi ». Ma, soprattutto, ogni persona completava il puzzle produttivo. «Ogni persona aveva un ruolo importante. Non c’erano lavori meno importanti: ognuno faceva la sua parte. Essere coinvolti in tutto il processo ha contribuito molto al rapporto che avevamo tra colleghi ». Ora per gli ultimi lavoratori rimasti in fabbrica si apre una nuova fase. «Per molti sarà necessario reinventarsi. Questo lavoro non lo puoi semplicemente trasferire altrove: devi ripartire da zero, imparare un altro mestiere. E tanti di noi non sono più giovanissimi». Giorgio però non vuole soffermarsi soltanto alla tristezza. «Il lavoro uno può trovarlo, ma se siamo rimasti qui per così tanti anni significa che non era solo una questione lavorativa. Era l’ambiente che si è creato, il rapporto con i colleghi, il sentirsi parte di qualcosa di importante. È questo che ha reso forte Bally».
“La perdita più grande non è solo il posto di lavoro”
Perché alla fine, ciò che resta, non sono solo le scarpe prodotte. «La perdita più grande non è solo il posto di lavoro. È tutto quello che abbiamo vissuto in questi anni: le emozioni, il rapporto con i colleghi, l’esperienza». Rapporti che Giorgio non vuole perdere. «Mi piacerebbe che continuassimo a vederci anche fuori dal lavoro, magari per una cena ogni tanto. Alla fine eravamo amici, non solo colleghi». C’è però un momento a cui preferisce non pensare: quello in cui dalle linee di produzione uscirà l’ultima scarpa Bally realizzata a Caslano. «Non sono ancora pronto a quel momento. Posso sembrare tranquillo, ma dentro non lo sono», ammette.Afine agosto le macchine si fermeranno definitivamente. Per gli operai sarà la fine di un’esperienza professionale durata una vita. Per Caslano sarà l’addio a uno degli ultimi simboli della sua storia industriale. Perché con Bally non se ne va soltanto una fabbrica: se ne vanno competenze, relazioni e un patrimonio di memoria che per decenni ha contribuito a definire l’identità del Malcantone.
L’analisi del direttore di AITI
Se per gli operai la chiusura della produzione di scarpe a Caslano equivale a «strappare il cuore» a Bally, per il mondo economico la vicenda rappresenta soprattutto un campanello d’allarme. La fine del Made in Switzerland per uno dei marchi più prestigiosi della calzatura solleva infatti interrogativi che vanno oltre il caso specifico: quale futuro attende la manifattura ticinese? E il Ticino vuole ancora essere un territorio industriale? Ne abbiamo parlato con il direttore dell’Associazione Industrie Ticinesi (AITI), Stefano Modenini.
La chiusura della produzione Bally è un caso isolato oppure il sintomo di una trasformazione più ampia dell’industria ticinese?
«Direi che non è né uno né l’altro. Si tratta di un caso specifico, ma allo stesso tempo si affianca ad altre situazioni di fragilità aziendale che devono rappresentare un segnale d’allarme. Fare impresa e in particolare produrre in Svizzera è sempre più difficile a causa dei costi elevati e in un contesto di mercati stagnanti o che comunque non crescono in maniera significativa, le imprese sono messe sotto pressione. Ciò che deve preoccupare le imprese non è solo la difficile situazione economica, bensì anche le trasformazioni in corso, che vanno affrontate. In primo luogo quelle dettate dalla tecnologia».
Quanto pesa la scomparsa di un marchio così legato alla storia produttiva ticinese?
«La scomparsa o il ridimensionamento di marchi storici e prestigiosi è sempre una cattiva notizia. Bally è un nome conosciuto in tutto il mondo e sinonimo di alta qualità nel suo settore, quindi il territorio perde un punto di riferimento. Nel caso specifico viene trasferita la produzione all’estero, ma il marchio continua a essere operativo e a Caslano proseguiranno l’attività amministrativa e la gestione del marchio ». Perdere un settore così strategico come la produzione di un’azienda ben riconoscibile è sicuramente un fatto negativo per l’industria ticinese. Non si perde solo lavoro, ma anche know-how e competenze, e difficilmente si potrà tornare indietro».
La Svizzera e il Ticino rischiano di diventare sempre più luoghi di gestione e meno di produzione?
«Non credo che faremo questa fine, ma certamente il pericolo esiste e dobbiamo fare di tutto per evitarlo, perché sarebbe un colpo mortale per l’economia svizzera. Negli ultimi decenni la produzione industriale si è ridimensionata, ma ha aumentato il proprio valore aggiunto. Produrre in Svizzera è sempre stato più caro che altrove, ma grazie alla qualità dei prodotti finora siamo riusciti a giustificare i prezzi più elevati. Bisogna vedere se anche in futuro i mercati esteri accetteranno di pagare di più. Produrre in Svizzera significa sviluppare know-how applicato direttamente ai prodotti, ricerca e sviluppo e tecnologie sempre più sofisticate».
Cosa può fare concretamente il Cantone per evitare che altre produzioni seguano lo stesso percorso?
«Bisogna lavorare costantemente sulle condizioni quadro offerte agli imprenditori, migliorandole regolarmente. Purtroppo nella classifica intercantonale della competitività non siamo nella prima parte della graduatoria. Se non vogliamo perdere altre produzioni in Ticino, dobbiamo evitare di addossare ulteriori costi alle imprese e cercare piuttosto di ridurre i costi e snellire le procedure. La burocrazia è eccessiva e va ridotta sensibilmente».
Serve un cambio di strategia?
«Il Ticino fa la sua parte con i mezzi finanziari a disposizione, ma oggi non basta più. Altri Cantoni e territori esteri lavorano costantemente per essere più competitivi. Le autorità devono prendere atto che la situazione è cambiata e non dare per scontato che le aziende resteranno sempre qui. Occorre reagire senza panico ma con una strategia ben definita, fondata sull’innovazione nelle imprese e sulla formazione delle persone».
Il Ticino vuole ancora essere un territorio industriale?
«Ci auguriamo di sì. Il mondo corre verso un contesto in cui la tecnologia è presente in tutti gli ambiti della nostra vita. Per questo l’industria continuerà a essere fondamentale. La sfida sarà mantenere in Ticino le competenze, l’innovazione e la capacità di produrre valore aggiunto».
Malva Cometta Leon